Pur non giocandoci mai, adoro gli scacchi. Per questo, molti anni fa, lessi tutto d’un fiato questo libro. Non è un manuale, ma una storia dei profili (psicologici) dei grandi campioni degli ultimi due secoli.
Quello che ne esce fuori te lo aspetteresti dalla vita di personaggi di un romanzo di Verne o rockstar maledette. Molti grandi campioni soffrivano di una sindrome di onnipotenza e/o hanno avuto vita breve e/o sono morti poveri e/o spesso completamente sbarellati di cervello: Lasker trovava anche il tempo di dedicarsi alla professione di matematico (e di dare il nome a qualche teorema), Steinitz sosteneva di giocare a scacchi contro Dio (e vincere) partendo senza un pedone, Capablanca propose una modifica alle regole perché diventassero “più interessanti”, Morphy credeva che i parenti complottassero per distruggergli i vestiti.
Da qualche giorno, la lista di quelli che a causa degli scacchi hanno “vissuto pericolosamente” va aggiornata alla voce “Bobby Fischer”. Lo statunitense che ruppe il predominio scacchistico sovietico battendo Spassky, più di trent’anni fa. Negli anni ‘90, pur di concedere la rivincità al suo avversario, ignorò platealmente l’ordine del Governo USA che gli proibiva di andare in Jugoslavia, dove si sarebbe tenuto il match, a causa dell’embargo allora in vigore. Fischer non è più tornato negli USA, dove c’è un mandato di cattura sulla sua testa. Da qualche giorno è detenuto in Giappone, fermato a causa di un passaporto scaduto: rischia il rimpatrio negli Stati Uniti, dove lo attenderebbe la prigione.
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