Una volta un politico, nello scrivere una nuova legge, la prese larga. Iniziò a raccontare del suo insediamento e di come l’idea di riformare la Legislazione Criminale lo assillasse, tanto da cercar di mitigare le pene di quel sistema malato con qualche “toppa”, finché non avesse avuto il tempo di metterci le mani:
Fino dal Nostro avvenimento […] riguardammo come uno dei Nostri principali doveri l’esame e riforma della Legislazione Criminale, ed avendola ben presto riconosciuta troppo severa e derivata da massime stabilite nei tempi meno felici [..] e specialmente non adattata al dolce, e mansueto carattere della Nazione, procurammo provvisionalmente temperarne il rigore con Istruzioni ed Ordini ai Nostri Tribunali, […]
Poi si dilungò in un paragrafo per bearsi dei risultati ottenuti: l’aver lavorato per mitigare le pene più ingiuste, (ma anche velocizzare i processi e garantire la “certezza della pena” per i veri delinquenti) aveva dato i suoi frutti.
Con la più grande soddisfazione del Nostro paterno cuore Abbiamo finalmente riconosciuto che la mitigazione delle pene congiunta con la più esatta vigilanza per prevenire le reazioni, e mediante la celere spedizione dei Processi, e la prontezza e sicurezza della pena dei veri Delinquenti, invece di accrescere il numero dei Delitti ha considerabilmente diminuiti i più comuni, e resi quasi inauditi gli atroci,[…]
A quel punto il foglio è a metà, e c’è da lasciar spazio a firme, bolli e sigilli. Il nostro amico decise di stringere: voleva abolire la pena di morte e la tortura perché erano una stronzata (lui non lo poteva scrivere, ma lo pensava).
Siamo venuti nella determinazione di non più lungamente differire la riforma della Legislazione Criminale, con la quale abolita per massima costante la pena di Morte, come non necessaria per il fine propostosi dalla Società nella punizione dei Rei, eliminato affatto l’uso della Tortura, la Confiscazione dei beni dei Delinquenti, come tendente per la massima parte al danno delle loro innocenti famiglie che non hanno complicità nel delitto, […]
E siccome voleva esser sicuro - qualcuno poteva non capire quei giri di parole che sostituivano “è una stronzata” - ribadisce il concetto:
Siamo venuti nella determinazione di abolire come Abbiamo abolito con la presente Legge per sempre la Pena di Morte contro qualunque Reo, sia presente, sia contumace, ed ancorché confesso, e convinto di qualsivoglia Delitto dichiarato Capitale dalle Leggi fin qui promulgate, le quali tutte Vogliamo in questa parte cessate ed abolite. Tale è la Nostra volontà, alla quale Comandiamo che sia data piena Esecuzione
In fede, data-firma-timbri-bollo.
Sai quando è stata scritta questa legge? No, non nel 1948 tra le pagine della Costituzione, e neanche nel 1889 nei tomi del Codice Penale del Regno d’Italia.
La legge ha compiuto ieri 220 anni: il 30 novembre 1786, il Granduca di Toscana Pietro Leopoldo la rendeva esecutiva, facendo della mia terra il primo stato moderno ad abolire la pena di morte. E io, tutte le volte che la leggo, rimango impressionato da quanto quelle considerazioni - vecchie più di due secoli - restino, ancora oggi, incredibilmente attuali.
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